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Perché l’Etna è un vulcano unico

mercoledì 15 aprile 2026

L'Etna, il vulcano più attivo d'Europa, custodisce ancora oggi un segreto: nessuno sa davvero, esattamente, come si sia formato. A provarci ora è un gruppo di ricercatori dell'Università di Losanna (UNIL), con uno studio che potrebbe raccontare molto meglio la sua storia riaspetto a quanto fatto finora.. Un gigante fuori categoria Per capire l'Etna, bisogna partire dalle basi. I vulcani nascono quando una porzione del mantello terrestre si fonde in magma, risale e solidifica in superficie. La scienza ha finora identificato tre grandi famiglie: i vulcani che si formano lungo le dorsali oceaniche, dove le placche tettoniche si separano; quelli nelle zone di subduzione, dove una placca scivola sotto l'altra trascinando acqua che abbassa il punto di fusione del mantello — come accade per il Monte Fuji e infine quelli da "hotspot", alimentati da pennacchi di mantello insolitamente caldo, che hanno dato vita alle Hawaii o all'isola della Réunion.. L'Etna non appartiene a nessuna di queste categorie. Sorge vicino a una zona di subduzione, ma la sua composizione chimica assomiglia a quella dei vulcani da hotspot — pur non essendoci alcun hotspot nelle vicinanze. Un'anomalia che da decenni lascia perplessa la comunità scientifica.. La spugna e il magma antico Lo studio, pubblicato sul Journal of Geophysical Research — Solid Earth e condotto in collaborazione con Anna Rosa Corsaro dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania, propone una spiegazione piuttosto complessa. A differenza dei vulcani tradizionali, dove il magma si genera poco prima di eruttare, l'Etna sarebbe alimentato da sacche di magma già presenti nel mantello superiore, a circa ottanta chilometri di profondità. Questi magmi preesistenti verrebbero poi spinti verso la superficie dai movimenti tettonici innescati dalla collisione tra la placca africana e quella eurasiatica, risalendo attraverso le fratture generate dalla flessione della crosta — un po' come il liquido che fuoriesce da una spugna compressa.. Una quarta categoria tutta da scoprire Se l'ipotesi reggesse, l'Etna si troverebbe in compagnia di vulcani molto particolari: i cosiddetti petit-spot, minuscoli edifici sottomarini descritti per la prima volta nel 2006 da geologi giapponesi. Queste strutture, alte al massimo qualche centinaio di metri, avevano già dimostrato l'esistenza di sacche di magma nel mantello superiore — un'idea avanzata negli anni Sessanta ma a lungo rimasta controversa.. «Il nostro studio suggerisce che l'Etna potrebbe essersi formato attraverso un meccanismo simile a quello che genera i vulcani sottomarini di tipo petit-spot», spiega Sébastien Pilet, professore presso la Facoltà di Geoscienze e Ambiente dell'UNIL e autore principale della ricerca. «È un risultato inatteso, perché processi simili erano stati osservati finora solo in strutture molto piccole. L'Etna, al contrario, è un grande stratovulcano attivo da 500mila anni».. Come è stata condotta la ricerca Per arrivare a queste conclusioni, il team ha analizzato campioni di lava raccolti sull'Etna, ricostruendo l'evoluzione chimica delle eruzioni dalla nascita del vulcano fino ai giorni nostri. I dati mostrano che la composizione dei magmi è rimasta costante nel tempo, anche al variare del regime tettonico: un'osservazione che supporta l'idea di un serbatoio di magma antico, la cui attività sarebbe regolata più dai movimenti delle placche che da processi di fusione recenti. Oltre a riaprire il dibattito sulle origini dell'Etna, la scoperta ha implicazioni pratiche: comprendere meglio il meccanismo che alimenta il vulcano potrebbe migliorare i modelli di valutazione del rischio utilizzati dai ricercatori dell'INGV di Catania — e, in prospettiva, aiutare a interpretare altri vulcani anomali nel resto del mondo..

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