Radio Cassino

Montecassino – San Benedetto, per il cardinal Gugerotti l’Europa “non è una cosa sola”

domenica 22 marzo 2026

Il cardinale Gugerotti con l’Abate Luca Fallica

“Forse siamo una cosa, forse siamo anche sola, ma non siamo una cosa sola”. Così il card. Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, nell’omelia pronunciata ieri a Montecassino nel solenne pontificale del Transito di San Benedetto, patrono d’Europa.

“Pensate, oggi, che viviamo in un tempo di giustizia sommaria, abbiamo invece di fronte un modello di umanità e di rispetto della persona straordinariamente eloquente”, ha detto Sua eminenza riferendosi alla Regola benedettina. Sulla figura del santo fondatore dell’Abbazia, ha aggiunto: “San Benedetto è una figura gigantesca, probabilmente tanto gigantesca quanto egli non vuole esserlo.”

“Quest’uomo – ha proseguito – è l’erede del crollo di Roma. E mentre tutti guardavano cosa sarebbe successo, a nessuno è venuto in mente di cercare, nella semplicità di una spelunca, un uomo che pregava e pregava per tutti. Questo monastero, a leggere la storia che lo caratterizza, diventa un incredibile luogo d’incrocio, di incontri, di popoli che i predecessori avevano chiamati barbari e che furono sostanzialmente in dialogo e qualche volta anche in possesso di Montecassino per secoli e secoli. E questa gente che veniva pensata, immaginata, come la parola barbaro suggerisce, che certo non si diede a loro, fu in qualche modo capace di continuare l’eredità dell’antica Roma imperiale, con tutta la ricchezza e il fulgore che aveva, proprio grazie al misero tramite di quest’uomo, che a sua volta prese alcuni dei suoi monaci e li mandò ad evangelizzare l’Europa intera. È straordinaria questa cosa. Se oggi molti popoli sono cristiani, si direbbe tutti teoricamente, ma molto teoricamente, in Europa, questo è in buona parte dovuto al monachesimo anche e soprattutto di San Benedetto. Questa è Europa. E fu così che Benedetto ne divenne il patrono.
Lui, che aveva mandato i suoi monaci a predicare Gesù, nell’Europa, era lo stesso che aveva fissato la stabilitas come caratteristica fondamentale dei suoi monaci. Cioè non si va di monastero in monastero, ma si rimane fissi nella casa di preghiera in cui si è stati chiamati. La stabilitas. Eppure partivano per l’Inghilterra, partivano per la Germania, partivano per moltissimi altri luoghi.
Perché la stabilitas sa anche essere serva dell’evangelizzazione. E quando è necessario viene superata dalla legge dell’amore che copre tutte le altre, tutte le altre nostre regole date per prudenza, ma che non sono l’apogeo della nostra esperienza umana”. Riflettendo poi sul presente, ha detto: “Ebbene, cari fratelli e sorelle, dov’è questa Europa di Benedetto? Dov’è? Voi la vedete?
Voi vedete una terra redenta quando si mette perfino a discutere se nella propria carta fondativa sia possibile parlare delle proprie origini cristiane?
Voi vedete un’Europa coesa intorno ai valori dell’Evangelo? Una Europa unita nella comunione, come abbiamo sentito nella preghiera che Gesù fa al Padre per i Suoi perché siano una cosa sola? Forse siamo una cosa, forse siamo anche sola, ma non siamo una cosa sola. Eppure quest’uomo fu capace di creare, senza volerlo probabilmente, una civiltà nuova, come il monastero. Che cos’è il monastero? Una piccola città. Un piccolo esempio di vita comune, dove si prega e si lavora, si dorme e si opera con il sole, quando si alza il sole, quando si corica il sole, che fu straordinariamente capace di bonifiche enormi, di lavoro della terra, di azioni sulla natura, assolutamente incomprensibili e più, e certamente neanche interpretate nel senso contemporaneo di questo naturalismo assoluto per cui bisogna difendere e si deve difendere dalla foglia fino all’animale, basta che non si tratti di una persona umana”. E ancora: “Fratelli e sorelle, la nostra umanità sta andando a rotoli. Ci guardiamo poco. Siamo schiavi di un individualismo esasperato. E quando ci guardiamo, come si dice nell’Italia meridionale, tendiamo a “cacciare il coltello”. Bisogna tornare ad un modello sommo di comunità, di capacità di costruzione di una vita ispirata da Dio e indirizzata verso Dio. Ecco, in questa nostra preghiera, in questa nostra Eucaristia, noi affidiamo all’amore di Dio, in particolare la comunità monastica di Montecassino, e poi tutti i benedettini. Abbiamo bisogno, bisogno estremo, di persone che trovino in Cristo la ragione per pregare per essere insieme e contemporaneamente per costruire una società meno disumana, meno egoista, meno bellicosa e più aperta a quel trascendente che è il destino che è riservato a ciascuno di no”.

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