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Sono Gisella, aiuto a far nascere vite. Per salvare il futuro ho dovuto scegliere di uccidere

martedì 27 gennaio 2026

3 MIN

di Paola E. Polidoro -Mi chiamo Gisella e ho ucciso. Ho dovuto farlo io per evitare che lo facessero altri. Ho dovuto farlo per permettere a donne come me di poter avere figli, ancora. Ho dovuto farlo nonostante per ogni vagito strozzato, sono morta dentro un po’ anche io. Non avevo scelta.

Sono nata da una famiglia benestante, ho potuto seguire i miei sogni e studiare. Giovane donna ebrea. Libera. Sono diventata medico, ginecologa, amavo la vita e volevo contribuire ad aiutare le donne a far venire al mondo i loro bimbi. Ho incontrato un uomo meraviglioso con cui condividere questo sogno. Ogni giorno abbiamo lavorato insieme, la sera tornavamo a casa e i nostri figli erano lì, al sicuro. Un abbraccio, sorrisi, risate. Una vita serena fino a quella mattina, quel giorno che cambiò tutto.

Prima aiutavo a far nascere vite in una clinica. Avevo un marito che mi faceva ridere. Un figlio che mi saltava in grembo dopo cena. Una figlia con il mio stesso temperamento testardo. Poi dalla luce il buio.

Nel 1944 sono arrivati loro e la nostra vita è rimasta in Ungheria. Il nostro terribile futuro è partito su un carro bestiame, diretto ad Auschwitz. I guardiani hanno letto “medico” nei miei documenti e mi hanno mandata al blocco medico. Ho perso di vista mio marito e mio figlio, mia figlia è riuscita a fuggire. Ho pensato che avrei aiutato a curare le persone, ma in questo luogo una donna incinta è destinata alla morte. Un destino in bilico tra morte certa e cavia per terribili esperimenti.

E’ così che ho dovuto scegliere, una scelta che mi ha lacerato per sempre. Io, che ho scelto di aiutare la vita, ho dovuto scegliere la morte.

Nel buio, tra la sporcizia di queste baracche spoglie ho scelto, non una, non dieci, non cento, non mille volte. Oltre tremila volte. Con strumenti di fortuna ho dovuto iniziare praticare aborti. Davanti a me donne, o ciò che ne è rimasto. Sono terrorizzate, non ho anestesia, non ho medicinali. Ho solo le mie mani e la mia promessa “Lo sto facendo per salvarti e per permetterti di essere madre in un mondo diverso. Altrove. Dovete vivere per raccontarlo. Dovete vivere per non dimenticare”.

Acqua e stracci sporchi, carezze e sostegno. Posso offrire questo, non basta, ma è tutto quello che ho. E ai bambini che nascono non posso che dedicare solo alcuni istanti, cerco di dare loro tutto l’amore del mondo in un abbraccio, li bacio, chiedo loro scusa e gli risparmio l’orrore. Facendomene carico io stessa.

Oggi al campo sono arrivati gli alleati, non mi reggo, non ho fiato, non ho forze, ma non posso fermarmi. Continuo a fare ciò che posso. Non è finita e, per molti di noi, non finirà mai.

Silenzio, una luce in fondo al tunnel. Ho scelto la vita, ancora una volta. Ho scelto di ricordare. Ho scelto di raccontare. Cerco la mia famiglia e vengo a sapere quello che il mio cuore già sapeva. Dei miei genitori, di mio marito, di mio figlio non resta che cenere. Tutti morti. Di mia figlia nessuna notizia.

E’ il 1947, sono a New York, solo tre anni fa avevo una vita, oggi resta poco di me. Quel numero 25404 me lo ricorda in ogni istante. Ma ho deciso di andare avanti, continuerò a far nascere bambini in questo strano mondo che non mi appartiene e al quale non appartengo. Ma sono viva.

E’ il 1978, da tempo ho ritrovato mia figlia che si è salvata grazie a una famiglia che l’ha nascosta. Ho deciso di trasferirmi in Israele, per riunirmi a lei, Gabriella, e lavorare come volontaria in una clinica ginecologica. Continuo a raccontare, continuo a combattere per la vita. Ho scritto dei libri, ho scritto la storia. Non posso dimenticare. Non lo farò mai.

E’ il 1988, è arrivato il mio momento. Ad aspettarmi mio marito, mio figlio, i miei genitori. Spero di aver fatto la scelta giusta, nel buio, nella sporcizia, nell’orrore di quei campi ho lasciato ciò che ero per diventare ciò che poi sono stata. Sono sopravvissuta perché c’era sempre qualcuno da aiutare e io ero l’unica che poteva farlo, o almeno ci ho provato.

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