
Cassino Notizie
Dietro un femminicidio c’è un mondo che crolla e, spesso, un’infanzia cancellata
martedì 27 gennaio 2026
di Paola E. Polidoro – Tanti casi, troppi. Violenza, minacce, abusi dentro e fuori dalle case, dietro le porte e davanti all’indifferenza di familiari e amici. Poi “all’improvviso” il raptus, violenze sempre più inaudite. Gesti che non lasciano spazio a interpretazioni, ma solo a dure condanne e a tanto silenzio.
Nel caso di Federica Torzullo, la donna uccisa dal marito ad Anguilla Sabazia, c’è molto di più dietro. C’è una famiglia all’apparenza felice, dai social traspariva qualcosa che in realtà non c’era più. E, ora, pare che in paese tutti sapessero che la situazione era ormai arrivata al capolinea. Oggi, tutti sanno. Oggi, tutti dicono che non se lo spiegano. Come si fa a spiegare una ferocia simile?
Sembrerebbe che a segnalare l’assenza della donna sia stato un uomo, che alcune testate nazionali hanno definito il nuovo compagno della donna, che però non era ancora separata, era in attesa dell’udienza. E su questo il tribunale dei social si è spaccato, una donna che ha deciso di separarsi, con un figlio piccolo, che vive ancora in casa con l’ex compagno e ne ha già uno nuovo che addirittura conosce la famiglia. E il marito, o quello che era il marito, non è riuscito ad accettare tutto questo decidendo di toglierle la vita e facendolo con violenza, proprio a volerla “eliminare”. Un mostro.
Un mostro che anche i suoi stessi genitori non hanno riconosciuto, genitori che, da quanto riportato, avevano interrotto i rapporti con il figlio da diversi anni. Genitori che nella comunità erano considerati persone di tutto rispetto, brave persone, impegnate sul territorio. Un padre lavoratore e imprenditore, una mamma ex agente di Polizia e assessore alla sicurezza. A volte il destino è davvero beffardo.
Ma anche nelle comunità piccole come quella di Anguillara Sabazia una parola tira l’altra, una frase sussurrata dietro un vialetto, all’ombra di una villetta, sul sagrato della chiesa o in fila alla bottega. Un commento lasciato sui social, una dichiarazione rubata da qualche telecamera o microfono. Non riconoscersi più genitori, non ritrovare più il proprio posto in una rete sociale, non sentirsi più adatti. Violenza su violenza, quella fisica, quella del figlio sulla moglie, quella delle parole avvelenate, degli sguardi biechi e dei sussurri pungenti. La violenza della comunità nei confronti di membri che ne fanno parte. Non hanno retto. Lasciano un altro figlio.
Un futuro rubato e un vuoto incolmabile
E poi, perché c’è un aspetto importantissimo che in tanti hanno lasciato ai margini, e poi c’è lui. Un bambino di dieci anni che in pochi giorni ha visto la sua infanzia andare in frantumi. Una mamma scomparsa e poi ritrovata in pezzi, bruciata e gettata in una buca. Un gesto cattivo, perfido, violento, indescrivibile… disumano. Commesso dal papà, arrestato e portato via. E dopo pochi giorni i nonni, quelli che solitamente viziano, accordano permessi, amano senza limiti, che abbracciano e proteggono, morti, entrambi. Insieme. Pochi giorni per cancellare completamente l’infanzia di un bambino, le certezze, la sicurezza, il significato dell’amore, del rispetto, della famiglia. Un bambino diventato, suo malgrado, un uomo tutto d’un tratto. A dover gestire da solo qualcosa di immenso. Da solo, perché pur avendo accanto la famiglia della madre, quello che il suo cuore, la sua anima e il suo cervello dovranno riuscire a comprendere è qualcosa che nessuno può spiegare.
E allora ecco che dietro un femminicidio non c’è “solo” la vita di una donna strappata, c’è l’intero mondo di qualcun altro. C’è un futuro rubato, sorrisi negati, abbracci che non ci saranno, parole di conforto, una presenza costante che si trasforma in voragine. E a dieci anni quella voragine, già immensa e infinita, appare ancora più scura.
Cosa ricordiamo dei tanti figli delle innumerevoli vittime di femminicidio? Dopo anni cosa resta di loro? La società cosa ne fa di queste vittime silenziose, spesso senza volto. Dimenticate, anche dal sistema e dalla burocrazia. Qualcuno ancora si espone, parla alle nuove generazioni. La maggior parte però continua a convivere con questa ferita e con quella sensazione costante “come sarebbe la mia vita ora se quel giorno mia madre non fosse stata uccisa?”. Perché nella vita si può essere o non essere genitori, ma un figlio resta sempre un figlio.
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