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Francesco Valeriano aggredito in carcere, muore dopo sei mesi di agonia

venerdì 12 dicembre 2025

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Francesco Valeriano è morto dopo sei mesi di coma. L’uomo, 45 anni, era stato massacrato di botte nel carcere di Rebibbia dove stava scontando una pena di due anni e mezzo. Originario di Fondi, era arrivato nel penitenziario romano circa un mese e mezzo prima dell’aggressione dello scorso 30 giugno, dopo un periodo detentivo nell’istituto di Cassino. L’uomo fu arrestato lo scorso 15 aprile per atti persecutori nei confronti dell’ex moglie, Valeriano viene inizialmente ristretto nel carcere di Cassino, per poi essere trasferito, dopo circa un mese e mezzo, nella casa circondariale di Rebibbia. Ad agosto, secondo quanto riportato da diverse testate, viene aggredito e massacrato di botte all’interno dell’istituto

I fatti

L’uomo, rinvenuto agonizzante in cella, era stato trasferito d’urgenza al policlinico Umberto I, con lesioni cerebrali gravi ed è stato sottoposto a una tracheotomia. Poi il lungo calvario fino al terribile epilogo. Dopo un periodo in una struttura privata di Monte Compatri, infatti, sabato scorso è stato portato in condizioni gravi al policlinico di Tor Vergata. Ieri la notizia del decesso. 

La violenta aggressione era avvenuta a fine giugno all’interno del carcere di Rebibbia. Valeriano era stato trovato privo di sensi, massacrato di botte. Da subito si sono attivati i soccorsi e sono partite le indagini. L’avvocato Antony Lavigna aveva ricordato: “I fatti si sono verificati in carcere, in una struttura chiusa. Non dovrebbe essere troppo complicato risalire ai soggetti coinvolti”.

I presunti responsabili del pestaggio sarebbero già stati individuati, ma gli investigatori stanno verificando ulteriori aspetti, compresa la possibile responsabilità di “soggetti terzi”, “che facciano parte delle istituzioni o meno”, come sottolineato dal legale.

Sindacato in campo

Sul caso è intervenuto anche l’Osapp, l’organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria: “Con la morte di Francesco Valeriano, la vicenda non si chiude: si aggrava. Una vita umana persa in carcere è una sconfitta per tutti. La morte di un detenuto in conseguenza di un’aggressione rappresenta una sconfitta dello Stato e del sistema penitenziario nel suo complesso. Un uomo può essere detenuto per reati anche gravi, può avere fragilità personali e dipendenze, ma la pena detentiva non comprende, né può mai comprendere, il rischio di essere massacrato e morire in un letto di ospedale dopo mesi di agonia”. 

Come organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria, l’Osapp lo ribadisce con forza che la morte di Francesco Valeriano chiama in causa “non solo gli autori materiali dell’aggressione, che dovranno essere individuati e giudicati, ma anche quelle responsabilità di sistema che da anni il sindacato denuncia: politiche penitenziarie che ignorano i segnali di allarme; istituti sovraccarichi di detenuti problematici, senza adeguate risorse; personale ridotto all’osso e lasciato solo a “tenere insieme” strutture che si reggono su un equilibrio precario”.

Ora la famiglia chiede giustizia e che sia fatta chiarezza su quanto accaduto.

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